20 Gennaio 2019

Continuano gli incendi a Mondragone

Anche quest’anno l’offensiva del fuoco ha assediato e devastato l’Italia, ma soprattutto le regioni del Sud ed in particolar modo la Regione Campania. Il pomeriggio di sabato 15 ottobre u.s. ignoti hanno appiccato il fuoco a delle erbacce presenti su un fondo agricolo a valle di Monte Massico del comune di Mondragone, la siccità e la furia del vento hanno fatto il resto!

L’incendio si è protratto per tre lunghissimi giorni, c’è voluto l’intervento dei mezzi aerei nazionali, e l’assenza di piante da bruciare per far sì che l’incendio fosse domato. Monte Massico non subiva un incendio del genere dal lontano 1981.

Quello che è rimasto del bellissimo bosco, tipica macchia mediterranea, è un cumulo di ceneri pronte a venire giù con i primi temporali, è un cimitero di piante: lecci alti decine di metri ridotti a scheletri, corbezzoli che hanno perso quel colore rosso stupendo dato dai frutti  per vestirsi di nero.

Prendiamo ora in considerazione anche le cause che stanno all’origine degli incendi.

A partire dal 2003 gli Uffici del Corpo Forestale dello Stato hanno iniziato a rendere note le matrici motivazionali e le cause accertate.

Nel dettaglio, il dossier “Incendi e legalità” del luglio 2007, elaborato dal Corpo Forestale dello Stato insieme a Legambiente e relativo al periodo 2000-2006, mostra come le cause accertate di incendio colposo siano legate per il 45% dei casi alla eliminazione degli scarti delle lavorazioni agricole, per il 15% alla bruciatura delle stoppie e per il 9% alla ripulitura della vegetazione infestante.

Al contrario, gli incendi classificati come dolosi vengono per la maggior parte attribuiti alla “piromania”, e poi ai pastori, che usano il fuoco per rinnovare il soprassuolo erbaceo o espandere i pascoli. Un primo approccio si concentra sulle pratiche di uso del fuoco nel mondo agricolo e rurale. Pur se spesso incaute nella loro esecuzione fino a rappresentare un fattore di elevato rischio ambientale, queste attività fanno anche un carattere  ecologico” di rigenerazione naturale della fertilità dei suoli. Fin dall’epoca antica le trasformazioni della campagna, ed i relativi sistemi agrari consolidatisi, sono state legate alla pratica di correzione dei terreni che consisteva  nel bruciare la vegetazione che li ricopre per migliorarne le caratteristiche.

L’uso del fuoco perciò, di per sé, non è un limite, un pericolo, ma lo diventa allorquando la speculazione edilizia diviene minacciosa e dilaga, e l’abusivismo impera e si diffonde. In Italia ciò accade da molto tempo, tanto che il suolo, come tutti i beni comuni, viene ormai considerato un mero bene di mercato di natura privata, disponibile per tutti gli usi e gli abusi. Ed ogni azione di contrasto a questa tendenza diventa un’indebita intrusione in “affari” che si collegano, di volta in volta, al pascolo, alla caccia o ad altro e di conseguenza chi agisce positivamente, esce dalla pratica omertosa e diventa “delatore”.

Questi due punti di vista non possono essere considerati alternativi. Nel valutare il fenomeno, i suoi effetti e le azioni di contrasto da intraprendere, si deve porre al centro dell’attenzione quel modello inaccettabile di consumo del suolo che sta all’origine di una grande parte dei danni provocati dagli incendi, quando non ne è una diretta origine: una perversa strategia del fuoco che, in forza della speculazione e del profitto, diventa lo strumento di un’operazione finanziaria più ampia.

Allora, le strategie di azione devono muovere sui due versanti. Il primo versante riguarda la “prevenzione” degli incendi di per sé: qui vanno risolte alcune semplici questioni, quali la modalità di ripulitura dei campi dalle stoppie e dai resti delle potature, e la ripulitura dei pascoli dalla vegetazione infestante.

Può rivelarsi utile prevedere l’uso dei “fuochi controllati” per rinnovare il paesaggio dei pascoli attraverso una tecnica che è il risultato di uno storico adattamento delle popolazioni insediate alle caratteristiche dell’ambiente (In Francia questa tecnica è stata sperimentata con  buoni risultati).

A mio avviso è determinante agire su un altro versante, il cui fine primario è di non scoraggiare ulteriormente la presenza dell’uomo nelle campagne, ma anzi di facilitarla.

Ciò rende necessario mettere in campo tre linee di politica territoriale ed economica: la prima linea deve avere come obiettivo il netto contrasto ai processi di aggressione insediativa; la seconda è tesa a limitare il degrado e l’omogeneizzazione che interessano quel che resta del paesaggio agrario italiano; la terza riguarda la promozione di pratiche legate all’agricoltura tradizionale ed alla valorizzazione delle produzioni locali e biologiche.

Solo agendo su questi molteplici versanti sarà forse possibile allentare, se non eliminare, la morsa che attanaglia il mondo rurale, stretto tra paradigmi dominati dell’economia di mercato e un’ ostinato disinteresse (sostenuto anche da una pervicace disinformazione) sui caratteri e le potenzialità della produzione e della cultura agraria.

La gran parte delle istituzioni preposte alle cure del caso mostrano chiaramente segni di insofferenza per le crescenti critiche che oramai si levano da ogni parte  sulla triste vicenda degli incontrollati e incontrollabili incendi boschivi.

Di conseguenza, la medesima gran parte delle istituzioni, non riesce ad offrire validi ragioni di contrasto a tale delittuoso fenomeno e soprattutto non sa più coniugare esperienze e competenze, acquisite nei secoli dalle attività dell’uomo, contro la piromania e la nefasta azione di annientamento dell’unico e naturale patrimonio verde del comune territorio nazionale.

E’ incredibile leggere che di questi tempi gli addetti ai lavori per la salvaguardia del territorio ( i cosiddetti BAIF)  sono alle prese , attraverso una  forte agitazione, con la Regione Campania per conservare il posto di lavoro, messo a repentaglio dai tagli voluti dalla finanziaria del 2011 e che, purtroppo, non si riesce a fermare, nel terzo millennio, la violenza e la furia di pochi e malsani individui.

Quello che non si comprende appieno è la mancanza di idee e strategie sulla prevenzione e sull’attuazione delle forme di protezione delle superficie incolte e coltivate di territori montuosi o collinari.

La grande lezione dei nostri avi, sulla protezione di territori da incendi e alluvioni, è stata completamente ignorata o forse volutamente dimenticata in ogni dove.

Pasquale Fardella

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