20 Gennaio 2019

“Il Partito Democratico di Mondragone racconta” (Prima Parte)

Ha tanto da dire di questa attuale amministrazione, della nostra città e di chi la governa. Talmente tanto da narrare, che pubblichiamo di seguito “la prima puntata”. Schiappa, il Sindaco che non c’è e che non risponde alle domande, il Sindaco fantasma. E’ questa l’opinione che si coglie nella cittadinanza parlando con la gente.

 

Sono trascorsi quasi 10 mesi dalle elezioni comunali del maggio 2012 e del Sindaco Schiappa si sono perse le tracce. Subito dopo il successone elettorale tutti erano contenti e si sentivano appagati. Oggi, a distanza di così poco tempo, girando per la città buona parte di quanti l’hanno votato, si dice delusa e scontenta, quasi abbandonata. Insomma, Schiappa è scomparso dalla scena. Per avere notizie di lui quasi viene da chiederle a “Chi l’ha visto”.

Questa città, la nostra Mondragone è completamente abbandonata. E’ del tutto evidente che quest’Amministrazione comunale non ha a cuore gli angoli più belli di Mondragone e che anzi li ha abbandonati e continua ad abbandonarli. Un esempio per tutti è lo stato in cui versano i centri storici.

Bellissimi angoli per chi ama davvero questa città. Ma basta recarsi sul lungomare, per una piacevole passeggiata, per notare lo stato di abbandono anche della spiaggia.

Quest’Amministrazione fa solo operazioni di facciata che mirano a distrarre, e non è assolutamente impegnata a rilanciare i luoghi simbolo dello sviluppo turistico della nostra città. E’ bene ricordare che un serio sviluppo turistico ecosostenibile ed ecocompatibile parte dalla tutela e dal rilancio dei luoghi più belli, che per Mondragone sono certamente la spiaggia ed i centri storici. Attualmente in uno stato di assoluto abbandono. E non vi sono scuse che reggono, amministrano ormai da quasi un  anno.

Ma si sa Schiappa & co. preferiscono amministrare in modo diverso, senza un  confronto serio con le opposizioni insomma eludendo le forme più elementari della democrazia.

E’ questo comportamento la dimostrazione più evidente di come non amano questa città ma operano solo per sfruttarla, lasciando a chi resta solo macerie.

 Il problema vero risiede nell’incapacità di guardare lontano, di occuparsi non di cosa succederà tra qualche settimana, di quale cantautore chiamare per la festa patronale o di quanti voti si riuscirà a raccogliere per la prossima tornata elettorale, ma di quello che potrà accadere nei prossimi venti anni, di cosa ci sarà ad accogliere figli e nipoti. Non basta il colore politico a connotare un buon amministratore o a renderlo degno di sedere nelle prime file del consiglio comunale, non è sufficiente quello che è scritto nelle pagine fitte di un curriculum o negli attestati affissi dietro una scrivania. Ma è fondamentale quello che c’è nei loro occhi. La mediocrità di una generazione o di più generazioni politiche è riconoscibile nelle menti vuote di idee, prive di progetti anche solo immaginati di un luogo, di un popolo, di un Paese. 
Quello che viviamo oggi non è che il risultato della pochezza di coloro che hanno avuto in passato la possibilità, buttata al vento, di lavorare affinché l’idea di una città diventasse reale, o perlomeno ci si avvicinasse. La possibilità sprecata di ritrovare un Paese, a distanza di anni, cresciuto, migliorato, valorizzato. Un amministratore che non sa guardare lontano non può neanche partecipare ad un torneo di calcetto perché non è capace di studiare una strategia, costruire una squadra con i migliori giocatori, ma solo di starsene tra le gradinate a sgranocchiare patatine e pop-corn.

Amministrare una città significa capire quali siano i suoi punti di forza, le sue caratteristiche, le sue debolezze, le sue mancanze e seguire delle linee guida per promuoverne lo sviluppo. Guidare e fare politica non è un gioco dove arraffare quanto più è possibile, trovare un lavoro per il proprio compare, sistemare i propri figli, avere un buon stipendio per farsi la villa al mare, sentirsi chiamare “Signor Sindaco” oppure “Onorevole” mentre si passeggia nel corso principale oppure andare al bar e trovare sempre qualcuno che paga al proprio posto. Paradossalmente, e un po’ ironicamente, se non si riesce a far crescere una città non ci sono più neanche i mezzi per barattare un voto con un posto di lavoro. Oggi, se anche in una piccola città come la nostra si assiste al degrado, alla povertà di idee, di lavoro, di opere non è solo perché anche Mondragone si è ammalata della “sindrome della crisi”, come tutto il Paese Italia, ma perché in questi ultimi anni nessuno, o quasi, di coloro che sono stati chiamati ad amministrarla si è distinto per la virtù della immaginazione e della lungimiranza.

Come si fa a non provare frustrazione se una cittadina, con delle potenzialità enormi, vive da vegetale? Non basta avere un bel “Palazzo Ducale” (merita un discorso a parte), una spiaggia incantevole, un territorio vocato all’agricoltura, che non ha paraggi, e un bel panorama per far vivere una città. Non basta avere un lungomare apprezzabile dove passeggiare se poi si è costretti ad emanare divieti di balneazione per l’inefficienza fognaria. Ci si aspetta, anzi si esige da chi amministra questa città il primo esempio di tutela e valorizzazione e non errori dettati dalla superficialità e incompetenza. Come si fa a credere che questa possa essere una città votata al turismo, se non ci si sforza di favorire il lavoro in questo ambito o di fare dei nostri prodotti agricoli un fiore all’occhiello dell’intero litorale domizio se non si investe seriamente in infrastrutture. In un periodo storico ed economico così difficile che trova una delle espressioni peggiori proprio nella crescente disoccupazione giovanile, bisognerebbe avere la lungimiranza di fare leva sui punti di forza di un luogo per creare fervore e occupazione. Non si può rimanere inerti, farsi ingoiare dall’accidia, aspettare qualche imprenditore di turno che apra un nuovo centro commerciale per risolvere il tarlo della disoccupazione. A pensare che più di duemila anni fa personaggi come Cesare o Augusto promossero una serie di grandi opere pubbliche non solo a vantaggio ed abbellimento della città di Roma, ma anche col fine ultimo di creare occupazione, sviluppo e fervore economico. Ovviamente la storia è cambiata, il contesto sociale ed economico non è più lo stesso, ma la volontà di crescere e l’ambizione di essere ricordati come grandi uomini, di far sviluppare un popolo nell’economia rendendo le città più grandi, dovrebbero essere sempre le stesse. L’incapacità di guardare lontano,  l’individualismo quale nemico della virtù politica intesa come missione sociale, non sono che le radici di quella mediocrità che oggi scalda le poltrone di tanti municipi cittadini o delle aule del parlamento, della regione e della provincia. Solo nel saper guardare oltre, nel progettare una crescita e un miglioramento il “fare politico” acquisisce valore. In fondo, “il valore di un uomo si misura alla prova dei fatti”(cit.Pindaro) e ciò dovrebbe essere sempre ricordato da chi sceglie il gravoso compito di amministrare una città. Se non si è capaci di tenerlo a mente, sarebbe opportuno avere l’umiltà di fare un passo indietro e lasciare spazio a chi ha le virtù per farlo.

Al riguardo, si vuole ricordare, a chi per caso se ne fosse dimenticato, che la nostra città, unica forse in Italia, è oggi rappresentata politicamente da: un deputato nazionale, un consigliere regionale e da tre consiglieri provinciali! …..meno male che ci sono!

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