17 Giugno 2019

La società e il ruolo del padre

Sarà un luogo comune “la mamma è sempre la mamma”, ma è tanto ricorrente e tanto sentito nel cuore di tutti. E va amata, e rispettata, e festeggiata. Ma non esiste figlio che pensi alla mamma e non l’associ all’amore del proprio padre: anche costui è visto, come la mamma, eroe solerte del quotidiano d’un figlio e di tutti i figli.

In apparenza i padri sono meno turbati, eppure si danno tutto il da fare che sanno; assillati come le mamme e non contano i sacrifici né fanno campione dei giorni sudati, avendo fisso nella mente e nel cuore che a sera saranno accolti tra gli ampi sorrisi riflessi e i gridi festosi dei figli: <<E’ tornato papà>>! Qui è l’inconfessata e mai adulata certezza di quello che resta di ognuno; e continua perenne a brillare qui in terra, dopo la morte.

Quei momenti di gioia piena saranno pur brevi, ma bastano a compensare il responsabile impegno di tutta una vita; son essi il respiro vitale che acquieta quell’ansia di veder crescere un figlio sano, libero, forte e sicuro di cuore e di mente, anche lui.

Che cosa non fa un padre per i figli? Il modello più grande, unico e inimitabile dell’uomo-padre è il sommo Dio.

Certo, il viver di oggi nasconde tale intimo, essenziale scopo dell’uomo che vive, assillato com’è dal lavoro che manca, dalle tasse che non riesce a pagare, dallo spread che sale; che, in fin dei conti, poco o punto a lui interessa e si dissangua per esso.

Un vivere capace di confondere il suo orizzonte e imbrunire il domani dei figli.

Già alcuni decenni orsono fu detto che stiamo vivendo in un “mondo senza padri”.

E sembra che l’abbiamo dimenticato, involuti fra le famiglie frammentate e promiscue… Sono padri anche quelli e di più, a misura che il senso di colpa ne aggrava l’impegno di amare quel frutto dell’ unione disgiunta e, solo, ne paga lo scotto.

La ferialità malcelata d’un padre richiama quella di S. Giuseppe, che fu tutta concentrata nella custodia del Figlio; preoccupata nei momenti più urgenti: a Betlemme, nella fuga in Egitto, a Nazareth…

E, poi, la ferialità del prete. Che familiarmente chiamiamo Padre.

La chiamiamo vocazione ed è l’impegno missionario della continuazione della pastoralità paterna di Cristo.

No, non è per celia, ma penso che non c’è parrocchiano capace di astenersi di criticare il suo Parroco (ci siamo talmente abituati in questo esercizio!…); ma è bonario il suo dire; è come del fedele, sempre permissivo con se stesso, che vede il prete nella sua infallibile umanità o assoluta spiritualità.

Però, lo chiama “padre” e filiarmente lo ama. Siamo stati testimoni, qualche settimana fa, di come i fedeli della Parrocchia di S. Giovanni Battista hanno voluto festeggiare l’ottantesimo compleanno del loro Parroco, don Riccardo Liberto; peraltro, da più di mezzo secolo Rettore del Santuario di Maria SS. Incaldana.

Niente di speciale: con quella semplicità ch’è il vestito più bello per il giorno di festa, la Chiesa della Protettrice dei mondragonesi, dopo la S. Messa  si è riunita intorno al proprio Parroco per un caloroso augurio e un sentito ringraziamento.

Così succede quando i figli si riuniscono intorno ai propri genitori per esternar loro quell’affetto sempre nutrito, totale e perenne, che ad essi li lega; ma non è affetto in restituzione di quello ricevuto bensì di riflesso, irriducibile, di quanto instillato. E ancora li segue, con passo più lento, il saggio consiglio: figli li sente e li vede con immutata chiarezza, pur tra la nebbia degli anni.

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