23 Ottobre 2020

Come un padre, dolce e severo

Riflessioni sulla politica con la rielezione di Giorgio Napolitano

Tutti i mezzi di comunicazione hanno rilevato le sferzate di Giorgio Napolitano ai politici, nel discorso di insediamento, alla Presidenza della Repubblica Italiana per il secondo settennato; qualcuno le ha definite “schiaffi” e la stampa estera ha riferito la ramanzina all’immagine pittoresca de “il gigante che rimette in linea i nani”.

Però, l’ovazione lunga e corale esplosa nell’emiciclo parlamentare, ci è sembrata un lezioso scodinzolare di ragazzi, che, colti in trastulli insulsi e rischiosi, accettano il rimprotto e promettono di non farlo più e di rientrare nell’ordine, con l’adeguata coscienza e il senso di responsabilità dovuti; sia individualmente che come partiti politici.

Ci piace evidenziarne la data come evento di rinascita, quasi coincidente con il “Natale di Roma”, ricorrente fra i giorni della proclamazione e del giuramento: quando il Parlamento italiano quasi all’unanimità, ha fatto riporre le valigie che l’illustre ospite del Quirinale aveva già incaricato di preparare, per trasferirsi.

Il tono pacato, chiaro, ma anche severo, a noi piace “sentirlo” come fermo richiamo d’un padre, attento al benessere economico, morale e civile della sua famiglia, della quale ogni bisogno e urgenza sembra fuggito dall’impegno fattivo della politica di oggi e di coloro che, per nascita e per costituzione ne sono, responsabilmente, parte viva, vegeta e vitale. Un padre che vede i suoi figli troppo invischiati nel gioco infecondo e rissoso d’un conflitto senza fine. Fossero almeno polemiche propriamente politiche. Ma sono soltanto l’indistinto clamore dei garruli uccelli,  che, esageratamente agitati, salutano un tramonto di primavera, tra gli alberi frondosi del giardino: sì, danno allegria per un poco, ma è tosto fastidioso rumore. La chiamano pervicacemente “politica”, per soppiantare i tecnici ma ne han perduto ogni senso, sapore e fragranza; prima di tutto, ha perduto quel nobile e saggio dar vita alle ideologie, all’intessere coi fatti insieme e con le parole la storia dei Popoli.

Che cosa ci si aspetta da un padre che torna sui suoi passi e rinuncia alla meritata quiescenza? E che ci si aspetta da questi figli? Sapranno tener fede ai propositi espressi nell’occasione? L’auspicio di tutti è che imbrocchino la via maestra per alleviare le sofferenze fin qui profuse nell’animo dei tartassati, dei disoccupati, delle imprese fallite … dei giovani, che anelano a ben altri impegni e far fruttificare degnamente le loro fresche energie?

Come ci tramanda l’evangelista S.Marco (16,20): “Allora essi (gli apostoli) partirono, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”. Quei discepoli sarebbero mai diventati Apostoli, se fossero rimasti sordi alla Parola?

L’invocata convergenza di intenti, cui il rieletto Presidente della Repubblica ha paternamente richiamato tutti, penetri anche nel cuore di coloro che hanno il dovere di attuarla. Essi l’hanno promessa!

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