22 Ottobre 2020

La Riforma Gelmini, una diversa opinione!

Per poter esprimere considerazioni circa la bontà di un provvedimento quale è la riforma universitaria del ministro Gelmini, occorre aver letto il testo, conoscere la situazione attuale dell’università e i provvedimenti del governo di questi ultimi anni. Tutti  condanniamo le violenze ingiustificate sicuramente causate da un gruppo di facinorosi che hanno fomentato la rivolta, approfittando della rabbia di persone disperate e esasperate dai  governi che si sono succeduti in questi anni.

Tuttavia, non si capisce come dalle violenze in piazza si possa evincere la bontà della riforma.

Occorre  riconoscere che alcuni aspetti positivi relativi ai  principi di meritocrazia, che sono necessari e che vengono formalmente introdotti nella valutazione delle strutture e dei singoli, sono una novità attesa da tempo. Tuttavia è ancora troppo poco quello che viene proposto, e chi è persona competente ben sa che questi meccanismi sono in attuazione già da  qualche anno. Anche i provvedimenti circa l’estensione degli incarichi oltre l’età pensionabile sono un punto che favorirebbe lo svecchiamento  attraverso l’entrata di forze nuove. Direi di più, dovrebbe essere esteso a tutti gli altri settori, a COMINICIARE DALLA POLITICA.

Purtroppo le ultime leggi  del governo decretano che negli atenei per ogni 5 pensionamenti, solo una nuova risorsa può essere acquisita.

Detto questo, l’università è in ginocchio a causa dei tagli orizzontali e indiscriminati applicati già da qualche anno. La maggior parte degli atenei è in crisi. Non per una cattiva gestione, ma perché il fondo di funzionamento ordinario con il quale si pagavano gli stipendi è ridotto. E lo sarà ancor di più negli anni a venire senza criterio. I finanziamenti? Rediretti verso istituti privati e parificati (vedi CEPU). Una riforma dovrebbe potenziare e correggere un sistema se questo non funziona, entrando nel merito delle problematiche specifiche.

Il problema è che i contenuti del testo non  sembrano funzionali al conseguimento dei buoni propositi dichiarati.

Se si dicesse che questo intervento consistesse in una serie di tagli da attuare a causa della crisi e “non si chiamasse riforma”, allora contenuti e obiettivi sarebbero perlomeno coerenti.  Le azioni proposte non sono altro che iniziative che mirano a ridimensionare i servizi; ridimensionare il personale e tutto ciò che non si vuole più sostenere con fondi pubblici. Applicando i tagli che da anni il ministero ha programmato e sta già attuando. Pensiamo in generale che per migliorare un servizio occorre pianificare e attuare correttivi e/o potenziamenti. E per fare ciò servono investimenti, non tagli. Parliamo di investimenti e non di spesa, perché il lavoro dei ricercatori e dei professori porta progetti e finanziamenti dall’estero all’Italia di gran lunga superiori a quelli stanziati dal nostro governo, dando la possibilità di contrattualizzare laureati, innovare i settori produttivi, promuovere la formazione.

Chi si impegna per attrarre fondi in Italia dall’estero, e facendo ciò consegue risultati di primissimo livello, al di là dei propri doveri istituzionali,  viene mortificato da questa riforma.

E’ spinto a fare scelte che determinano un ritorno personale piuttosto che per la società. Si favorisce in questo modo un disegno che pare voglia privatizzare l’Università rimettendo i suoi organi (come scritto nel testo della riforma) nelle mani di manager esterni e inducendo al fallimento realtà scomode e di poco interesse per chi cerca di ottenere un guadagno dai servizi pubblici.

La Redazione di 81034.it

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