18 Luglio 2019

La tassa del cavolo

comunicato stampa

L’assessore al Bilancio di Chissadove era alle prese con la preparazione del suo primo bilancio di previsione ed era preoccupato per le notizie che arrivavano da Roma sulla finanziaria, notizie che parlavano di tagli, di drastici tagli ai trasferimenti dei Comuni. Il nostro Assessore per la sua inesperienza non sapeva, non poteva sapere, che la finanziaria vera si sarebbe potuto conoscere solo […]

tra S. Stefano e S. Silvestro e, anche se si era soltanto nel mese di ottobre, cominciò a preoccuparsi molto, tanto che la notte continuamente si girava e rigirava nel letto senza riuscire a prendere sonno.

C’era chi parlava di spegnere le luci della pubblica illuminazione (un quotidiano non particolarmente tenero con il governo titolò ironicamente: “ Più buio per tutti”).

Non mancava chi parlava di un vento gelido di tramontana che soffiava sulla finanza degli enti locali.

Qualcuno, poi, parlava, per via dei tagli, di una finanziaria preparata dai sarti più che da economisti preparati e competenti.

Tutti questi malevoli commenti sulla prossima finanziaria aumentavano la preoccupazione dell’assessore al bilancio di Chissadove.

Un giorno, però, il nostro assessore lesse un ironico commento sull’istituenda tassa sul tubo pubblicato su un noto quotidiano e il suo cupo pessimismo cominciò a cedere il passo a qualche squarcio di ottimismo.

L’ironico corsivista, infatti,  partendo dalla discutibile, e già discussa, tassa sul tubo e giocando su frasi di eguale significato come fare un tubo, fare una mazza e fare un cavolo ipotizzava, ovviamente scherzando, che in aggiunta alla tassa sul tubo si potesse ricorrere alla tassa sul cavolo e sulla mazza.

Al nostro Assessore non sembrò vero che facendo valere la famigerata autonomia impositiva degli enti locali e ricorrendo alla stessa finanza creativa cui aveva fatto ricorso il ministro, si potessero istituire due nuove tasse, il cui gettito poteva servire per predisporre in pareggio il bilancio del suo Comune.

Incaricò subito l’ufficio tributi di calcolare il gettito presunto di una eventuale tassa sui cavoli e sulle mazze.

I risultati non furono, però, incoraggianti. A Chissadove c’erano poco più di un centinaio di mazze, mentre si producevano a male a pena cento quintali di cavoli: si calcolò che entrambe le tasse avrebbero potuto dare un gettito di 10.000 euro; poco, pochissimo in rapporto al fabbisogno.

L’assessore stava per ricadere nel più tetro scoramento quando un lampo illuminò la sua fertile mente.

Si ricordò, infatti, che in aggiunta ai modi di dire “fare un tubo”, “fare un cavolo” e “fare una mazza” ce n’era un quarto dall’identico significato, usato e abusato in ambienti non certamente raffinati.

Ma si poteva istituire una simile tassa? Certamente no!

Non sarebbe stato né elegante, né tanto meno popolare.

La scadenza del termine per approvare il bilancio, però, incombeva e la sua mancata approvazione  avrebbe comportato lo scioglimento del Consiglio ed il ricorso a nuove elezioni.

Sarebbe stata così vanificata la vittoria delle ultime elezioni.

L’Assessore, spinto dal bisogno, vinse ogni forma di pudore. Per fortuna la lingua italiana è ricca, ricchissima di sinonimi ed eufemismi che, a volte, consentono di dire le stesse cose senza cadere e scadere nella più triviale volgarità.

E così, messi da parte gli indugi, lanciò l’idea di istituire la tassa sul pisello.

Il dibattito si fece subito acceso, come sempre quando si parla di tasse, figuriamoci in questo caso che si trattava di tassare nientemeno che il pisello.

L’Assessore sciorinò le cifre: a Chissadove c’erano 10.000 elettori di sesso maschile ed una tassa di soli € 50  a contribuente avrebbe fruttato un gettito di € 500.000,00 che era la somma di cui il ragioniere comunale aveva bisogno per pareggiare il bilancio.

Le perplessità erano tante ma i dati dell’assessore erano convincenti, assai convincenti.

Fu messo al corrente il segretario comunale, che avanzò dei dubbi sulla costituzionalità della tassa dato che, a prima vista, sembrava violare il principio dell’uguaglianza previsto dall’articolo 3 della costituzione in quanto venivano tassati solo i contribuenti di sesso maschile.

Lo stesso segretario, però, fece presente che tale dubbio poteva essere superato tassando anche le donne in quanto anch’esse traggono dei vantaggi dal bene soggetto a tassazione.

L’idea fu molto apprezzata dalla presidente della commissione sulle pari opportunità.

Tutto il gruppo consiliare di maggioranza senza distinzioni di sesso approvò la proposta che fu, pertanto, iscritta all’ordine del giorno del Consiglio Comunale.

La maggioranza si attendeva una strenua opposizione da parte della minoranza; non fu così, la tassa fu approvata all’unanimità ( non si oppose neanche il rappresentante dei gay).

Sembrava un tassa del cavolo ed invece mise tutti d’accordo, consentì di pareggiare il bilancio ed anche tra la gente nessuno ironizzò su tale inopinata tassazione, anzi nei bar il giorno dopo il Consiglio Comunale si sentiva esclamare: cavolo che tassa!

E tutti erano sicuri che non ci sarebbe stata evasione; nessuno,infatti, avrebbe avuto il coraggio di non denunciarne il possesso o l’uso.

Questo sì che vuol dire fare una politica fiscale efficace ed intelligente!

 

(Racconto tratto dal Bollettino Segretari comunali e provincial)”.

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