27 Ottobre 2020

Nel ricordo di Nicola Stefanelli

I ricordi che restano indelebili per tutta la vita sono quelli che in qualche modo ci hanno profondamente colpiti. Io conobbi Nicola Stefanelli a Sessa Aurunca; egli era studente del liceo “Agostino Nifo” ed io alunno dell’Avviamento al Lavoro, funzionante nell’edificio quasi dirimpetto, sul Corso Lucilio. Un giorno, al termine delle lezioni, un improvviso acquazzone costrinse alcuni ragazzi del liceo, tra cui Nicola, a ripararsi nell’androne dell’Avviamento; e noi, ovviamente, a non uscire.

Come sempre avviene, fra ragazzi ci si azzuffa per un nonnulla, una parola, un gesto non gradito dall’altro. E noi, verso la fine degli anni trenta, non eravamo diversi. Lì, quel giorno, pigiandoci gli uni contro gli altri, come si fa nelle circostanze di disagio, dove lo spazio è poco e i corpi sono tanti, alcuni dei miei compagni di classe sessani mi canzonavano, con l’epiteto di “cipollaro” perché a quell’epoca il mio  paese, Mondragone, era famoso per la produzione cipolle. Io cercavo di offenderli con la frase ricorrente: “Sessa sta ‘ncopp’ a nu sasso”. Ma, in quel trambusto il mio grido solitario veniva completamente coperto e la frase mi rimaneva in gola a metà. Mi arrabbiai al punto che tirai fuori la riga di legno per il disegno e cercai di colpire alla cieca; ma una mano forte me la bloccò a mezz’aria e una voce potente sovrastando le altre, tuonò dall’altezza della sua maggiore età:  “e anche tu sei un gran fesso!” Percepii subito che quel giovane si schierava dalla mia parte, pur sembrando che volesse rimproverarmi. Si fermarono tutti all’istante ed io mi sentii dieci volte più forte; bellicosamente a mio agio. Non ero più solo; un altro si schierava con me; più grande, giovane,  autorevole. Al quale, noi scolari già dovevamo ossequio,  perchè licealista. Seppi dopo che era mondragonese; anche lui unico fra i suoi compagni sessani. In verità, mi aveva dato del fesso, ma quella congiunzione “anche” non aveva escluso i miei antagonisti. Aveva camuffato l’altra metà della frase, ma tutto il significato offensivo era sottinteso: “Sessa sta ncopp’ a nu sasso e chi vi nasce è nu fesso”.

nicola stefanelli
nicola stefanelli

Nicola Stefanelli, fin da studente era riconosciuto bravo italianista; e quella formale modificazione, rivolta a me, venne intesa come completamento efficace della frase interrottami sulle labbra. Nicola intelligentemente ci aveva rabboniti tutti, senza nascondere la sua origine mondragonese; né con chi si schierava. Intanto, il suo speciale intervento non solo evitò la zuffa, ma con la calma che subentrò fece esplodere tutti i buoni sentimenti di ognuno verso gli altri; la lite diventò un gioco e ne seguì un gran ridere. Intanto la pioggia era cessata, sicché lasciammo in fretta l’androne della scuola e corremmo schiamazzando verso casa. Vorrei sbagliarmi, ma vedo che oggi i compagni di scuola sono piuttosto distaccati e di rado fanno gruppo unito; sì che dopo pochi anni difficilmente si ricordano fra loro. Ciò non è difetto di  buoni sentimenti, che grazie a Dio ci sono sempre, puri e schietti e mai rivolti a far del male, o a prevaricare; talvolta, però, sono velati dal fanciullesco timore di sfigurare di fronte ai coetanei. In verità, altre attività extrascolastiche, come la palestra, la piscina, altro, li impegnano; quindi si aggregano di più fuori della scuola. Ecco, si tratta di quei sentimenti buoni della giovanile età che ci uniscono; e fondano salde e durature amicizie.

Sentimenti buoni, la cui genuinità ha radici naturali nella famiglia, poco o affatto degradabili dalla semplicità del vivere di allora. Quella genuinità era anche rispettata e tenuta in gran conto nella scuola e fuori; come supporto e fondazione di un sano desiderio di stare insieme anche se di età diversa. Ci si cercava per giocare, certamente; ma ci aiutava molto a crescere e a  progredire. E ci si voleva bene! Oggi, quella genuinità di fanciulli, spesso latente in età adulta e paventata pericolosa ingenuità, viene mascherata, se non distorta, nella pur giusta visione di adeguare il processo educativo delle nuove generazioni al passo con i tempi. E qui per prima la scuola ha assunto il dovere di contribuire… Non per smaliziare i ragazzi, ma per aiutarli ad aprire in tempo gli occhi sulla realtà reale, così esposta a nocive mistificazioni. La stortura, detto per inciso, è ciò che accade sovente in corso d’opera, allorquando si voglia correggere un difetto, o colmare una lacuna: specialmente se disegnato in chiave politico-sociale. Ma questo è un altro discorso. Non è per nostalgia, perché vedo che il tempo è passato e anche il modo di vivere non è più lo stesso; devo dire che l’amicizia germogliata allora fra scolari,  ancorché per un caso fortuito, era sana e vigorosa… e duratura! Essa costituiva punto di partenza, fonte ispiratrice e slancio di grande voglia di fare: così nel gioco, come nello studio e quindi nel lavoro. Si tratta, insomma, di ciò ch’è sempre accaduto e accade tutt’oggi; e segna a ciascuno un preciso tracciato di vita, attagliando via via il modo suo proprio di maturare, sul piano umano come su quello sociale. E’ innegabile che un po’ di campanilismo fa tanto bene, allorché sia prodromo di sano agonismo.

In quella circostanza dunque conobbi Nicola Stefanelli. Uno studente già abbastanza noto in quel di Sessa, giovane molto intelligente e di grande avvenire. Mi dissero che durante l’anno scolastico stava a pensione “da Ninuccio”; mondragonese anche lui, proprietario e gestore di una trattoria con albergo. Invece, io abitavo a Fontanaradina di Sessa con la famiglia, perché mio padre vi prestava servizio elettricista della SEDAC. A quei tempi, la ventina di chilometri che separano Sessa da Mondragone non si percorrevano nei pochi minuti di oggi e, forestieri in terra straniera, potersi incontrare lì costituiva gioia maggiore. Per me, poi, adolescente e figlio unico, incontrare un compaesano, era come incontrare un fratello. Dopo quel giorno cercai ancora di incontrare Nicola, ma inutilmente. Confesso che molto mi premeva far vedere ai miei compagni che Nicola mi era amico. Mi inorgogliva il fatto che non un giovane qualunque era stato mio alleato, mi aveva evitato una sconfitta certa e caricarmi di ridicolo; ma si trattava niente di meno che del bravissimo Nicola Stefanelli; e per giunta d’un mio compaesano! Anche per lui stesso: il suo intervento, io non glielo avevo chiesto; egli aveva agito così solo perché spinto dalla sua innata generosità. Nicola, infatti, era un generoso per natura. Quale immagine mi costruivo di fronte a tutti quelli che ci conoscevano!Mi viene da distinguere i litigi fra ragazzi d’una volta da quelli dei nostri giorni: quelli si sedavano nel gioco, perché c’era sempre un “arbitro” pacificatore: magari un burbero anziano, che minacciava col bastone alzato: “Lo dirò a tuo padre”. E scappavamo come palle sparate.

I litigi di oggi non sono più ragazzate; ma piuttosto zuffe; in gergo conflitti che incidono molto e lasciano brutti segni, anche se sostanziate solo da chiacchiere; ma sono le “liti” che condiscono e pretendono di dare senso a un quotidiano, purtroppo, che da un lato scorre parassitamente e dall’altro intriso di sudori e sacrifici. E non finiscono mai, perché sono gli “arbitri” stessi che s’intromettono: affatto pacificatori, ma “animatori” provetti di tal sorta di conflitti. In verità, quando si gioca lo si fa per vincere. Ma si vince veramente quando si cerca di far meglio il meglio degli altri. C’è maggiore soddisfazione. Sì per se stessi; e di più vi guadagna il gioco in  bellezza e sostanza. Per esempio, il giuoco nella scuola si svolge emulando chi studia di più; anche se qualificato “sgobbone” dalla moda dell’alunno pigro, il quale così ritiene di poterlo snobbare, con le proprie stupide e comode rivalse. Però si è sempre verificato che non perdere di vista chi si comporta “bene”, rispetta le regole della convivenza sociale dentro la scuola, ma anche fuori e a tutte le età sprona i soggetti in dinamica sinergia di crescita cronologica e qualitativa, del diventare uomo e dell’essere uomo. Si capirà dopo, via via che ci si appropria di una conoscenza più vasta; quando si giunge a vagliare che anche una ragazzata svela quanto è preziosa la presenza dell’altro. E quel momento non te lo dimentichi più. Allora puoi elevare con tutta coscienza la tua lode a Dio: “Grazie, Signore, che il mio prossimo esiste”.

Certo, non tutti gli incontri della vita sono uguali, nel senso che non tutti producono effetti eclatanti nella formazione dell’individuo; qualcuno però si fa importante, più di tutti gli altri incontri; e contribuisce a plasmare nella sua pienezza quel tuo speciale stile di vita. Qui, estrinsechi e formalizzi la tua bravura; rincorri la tua felicità, mediante le tue scelte, cercando di captare, comporre e incarnare ogni attimo di gioia. Per i ricordi, domani. E ne godi ancora: non perché ti crearono l’alone di essere bravo, ma perché l’incontro con l’altro ti diede la facoltà di esserlo. Una tale bravura non si impone mai: serve gli altri e mai si vanta. Quell’incontro con Nicola Stefanelli, pur fugace fu molto importante per me. Poi ci fu la guerra. Rividi il tenente dei Bersaglieri Nicola Stefanelli sull’autobus di Mondragone che faceva servizio per Napoli, nell’ottobre-novembre del 1945. Egli, tornato dalla prigionia, si era recato all’Università per riprendere gli studi e laurearsi; io vi ero andato per fare l’iscrizione al primo anno. Anche questo fu un incontro senza seguito. Stringemmo amicizia nel 1948; allorché ci ritrovammo nella Scuola Media “G. Marconi”, gestita dal Comune: egli vi insegnava lettere ed io Educazione Fisica; io funzionavo anche da segretario e supplivo spesso l’Ingegnere Prota, per la Matematica. Vi prestammo servizio fino al 1951-52. In quegli anni, attivammo dei corsi di preparazione agli esami, per privatisti: lui per le materie letterarie ed io per quelle scientifiche. Si doveva lavorare e le lezioni private aiutavano a sbarcare il lunario; esse  costituivano una grande risorsa economica per tutti gli insegnanti; e, per i ragazzi la possibilità di studiare in paese senza andare fuori; perché scuole superiori qui non ce n’erano. Allora ci si incontrava tutti i giorni: a scuola e fuori. Con il professore Achille Russo scomparso anche lui poco più di un  mese fa, commilitone di Nicola, costituimmo un trio di inseparabili. Prestai servizio con lui nella stessa Scuola Elementare fino al pensionamento e spesso parlammo di quei tempi, ricordando Nicola. Particolarmente di quella mattina del 5 maggio di cinquant’anni fa. Quando non si andava al cinema, o non ci si intratteneva nel bar di Vittorio De Martino per una partita a bazzica, si andava a fare lo scopone a casa di Caputo, medico condotto.

Nicola era bravo in tutto ciò che faceva, ma di quella scienza imparò solo come segnalare al compagno che aveva in mano il sette “bello”; però lo faceva così apertamente che anche gli avversari lo capivano e glielo facevano perdere  …scientificamente. Allora s’intonava in coro: “Vola, colomba bianca vola”, la canzone che vinse il primo festival di Sanremo. “Ma, se devo pensare anche mentre gioco a carte, dove sta più il divertimento con gli amici?”. Così si giustificava Nicola e continuava la canzone. Al gruppo, poi si aggiunse il professore Alberto Cervo, incaricato nella Scuola di Avviamento Professionale per l’insegnamento del Francese; e  stette qui  due o tre anni. Il fratello, docente di lettere anche lui, era redattore di una “Gazzetta letteraria”, a Bologna. Nicola vi contribuì con tutto il suo amore di umanista e di poeta; anche Caputo vi pubblicò una poesia, “Gramigna”, che lo rese “famoso” fra noi. Di tanto in tanto, lo scopone fece  spazio a una sorta di Cenacolo; dove anche si cenava, consumando un panino con formaggino o mortadella. Si parlava di tutto, senza un tema prestabilito: in totale libertà di pensiero, sia nell’esporre le proprie idee e sia nell’ascoltare quelle altrui: alla luce delle proprie reminiscenze letterarie, filosofiche e scolastiche in genere.

Si discuteva, intersecando i diversi punti di vista su principi e fondamenti di una cultura generale; come panorama vivo vegeto e vitale, diceva Nicola, della nostra realtà… Qui già faceva capolino la multiculturalità calata sul suolo italiano del dopo guerra e cominciava a tinteggiare gli animi in quella policromia politica interessante e abbondante, in cui ogni uomo di cultura, contribuì a risoluzione degli incombenti problemi del Paese. Di quelle riunioni, di cui soltanto la postuma riconsiderazione ce ne ha suggerito la denominazione di Cenacolo, Nicola fu tacitamente il direttore, ma soprattutto  l’abile e fecondo animatore. Però, lì non fondammo un partito politico. Oggi si discute tanto di lavoro a cottimo, lavoro nero, precario o a tempo determinato o indeterminato. Ma quanto poco si lavora per produrre! Anche lì si parlava sempre di lavoro. Non era neppure concepibile che un qualsiasi lavoro potesse essere improduttivo e la spesa per eseguirlo considerato uno spreco. Se il datore esigeva il lavoro eseguito a regola d’arte e nel contempo gli compensasse le spese e un giusto guadagno; anche il lavoratore nell’intimo ambiva a provare di saperlo fare!. Nel maggio del 1952 vi furono le elezioni amministrative: Nicola fu eletto Consigliere Provinciale ed io segui la sorte dei “defenestrati” dalla nuova Amministrazione del Comunale. Ma erano tempi in cui bisognava ricostruire l’Italia; e tirar fuori anche Mondragone dalle macerie subite. E come si poteva raggiungere un buon risultato, senza lavorare, tutti, con serietà e coscienza? Non si trattava di una crisi del mercato monetario, come quella di oggi; per cui, basta fissare il capro espiatorio (direi l’agnello da tosare!), e le manovre più convenienti si possono varare. Anche nel campo della cultura.

Le chiacchiere che oggi sovrabbondano erano ritenute inutili: costituivano il vero spreco; era lo spreco di tempo; cioè il più dannoso. Tutto quello che c’era da dire era compresso, come in un buco nero, in due verbi: ricostruire e rinascere. Uno transitivo e l’altro intransitivo; due azioni da e verso l’uomo che “fa”. Non c’era tempo di aspettare che gli altri facessero; insieme bisognava faticare come popolo unito e, quindi, rinascere Nazione. S’imponeva la ricomposizione dei cocci sparsi e ammucchiati di un territorio devastato e d’una Nazione duramente provata da una guerra tanto pazza quanto inutile. Dunque ogni cuore dovette battere all’unisono con quello del prossimo per una seria e fattiva cooperazione, in vista del bene comune. Un modello evangelico, che l’uomo di buona volontà, colpito dalla catastrofe generale, dovette essere l’esempio dato da Gesù nell’ultima cena. Egli, da Dio che era volle farsi uomo tra gli uomini; da quel Maestro che fu volle concludere il Suo insegnamento con l’umile atto di lavare i piedi ai suoi discepoli. Fu il gesto più nobilmente umano, che dava senso concreto a una pedagogia autentica, pacificatrice e perciò liberatrice. E neppure bastò a chiudere il cerchio della continuità. Da Dio che era volle consegnare la sua vita mortale, carica dei peccati di tutti sopra la croce affinché lì la sua creatura trovasse la rinascita alla vita vera. Oggi, come sempre, ogni essere che cresce si forma guardando gli adulti; ma i modelli non sono gli stessi.

Avrò dato l’impressione di parlare più abbondantemente della situazione che di Nicola Stefanelli e non posso dire di non averlo fatto apposta. Ma che cosa dà senso concreto alla qualità delle cose e degli uomini se non la sostanza in cui essa si afferma e rivela? Gli anni di vita di Nicola, furono quelli d’un Paese sempre in guerra; sono quelli che raccontano il vivere di ogni giovane della sua generazione, che ha avuto poco tempo per gustare la sua giovinezza; e sono gli anni che commisurarono, come d’ogni singolo uomo, la precipua identità di  Nicola Stefanelli. È la vera storia dell’umanità: gli uomini nascono, crescono e muoiono ciascuno inquadrato nel proprio tempo, individuo o popolo che sia. L’uomo, ogni uomo e tutto l’uomo, quanto più intensamente vive il suo tempo più lo esalta e più ancora esalta la specie. Nicola c’è stato dentro da protagonista, primo attore e mai gregario: studente e maestro, uomo e umanista, combattente e paciere, sognatore e poeta, soldato e uomo politico. Tale resta Nicola nel mio ricordo e si addita a modello.

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