21 Ottobre 2020

Se le elezioni sono fondamento di uno Stato democratico

A rischio la democrazia della nostra Repubblica

In questi giorni è in corso la “celebrazione” delle elezioni in tredici regioni, in alcune province e qualche comune, per il rinnovo dei rispettivi consigli. Alla luce dei conflitti fra politici e istituzioni e, purtroppo, delle sempre più ingiuriose polemiche fra i contendenti, quando non si tratta di vere e proprie accuse di malaffare, c’è da riflettere molto seriamente da parte degli elettori.

Ho tra le mani qualche appunto del 22 giugno del 2008, quando andai a votare per il referendum riguardante la nuova legge elettorale. Appuntai: “Vi ho trovato il deserto”.

Negli anni passati, si faceva la fila per votare, specialmente verso la chiusura delle operazioni di voto. Oggi, vedo i tutori dell’ordine annoiati. Chi a fumare, chi a osservare le siepi di biancospini intorno all’edificio e chi, col mozzicone spento fra le labbra, schiaccia un pisolino, sopra una sedia, a cavalcioni. Solo il presidente e due scrutatori sono presenti nel seggio, i rappresentanti sono sparsi per i corridoi. Gli attivisti politici non formano capannelli nelle vicinanze: mi fanno pensare che sono sicuri, ciascuno del fatto loro e cioè che avranno ragione i propugnatori dell’astensione.

Confesso, in quella occasione, di aver provato una profonda amarezza, apprendendo che di ottocento iscritti alla mia sezione, solo settantuno elettori avevano votato. Sottolineo: 71 su 800, neppure il 10%. Tristezza comprensibile per uno che stima la democrazia nel proprio paese. Dal 2000 in poi, l’affluenza alle urne è venuta diminuendo di volta in volta.  E i cittadini che credono ancora nelle elezioni?

E’ triste, pensare a come erano movimentate, e ricche di battaglie leali, queste giornate negli anni passati. Quelle della prima Repubblica, troppo sognata e troppo sentita dentro, erano occasioni di mobilitazione generale. Nasceva una democrazia che usciva dalle piaghe ancora sanguinanti della guerra, e tutti, a livello sia nazionale e sia locale, avevamo il diritto-dovere di ricostruire lo“spirito” più che le strutture  demolite della Nazione prostrata. Le elezioni costituivano l’impegno corale di tutti, come fondamento del nuovo Stato.

I candidati, che stazionavano per tutte le ore della votazione presso i seggi davano  un colore di celebrazione alle elezioni,  facendosi vedere con l’abito blu dall’elettore costituivano il coronamento affettuosamente promettente, oltre che interessato, di una campagna fatta con serio impegno.

Si erano svolti comizi nei diversi rioni, dove votanti e non, affluivano in massa,  onde farsi un’idea, diciamo pure, differenziata del voto che avrebbero dato.

La diserzione alle urne in tale referendum, che riguarda niente di meno che la legge elettorale, fondamento e garanzia di una democrazia, suscitava l’amaro dubbio  che i candidati elencati in qualsiasi lista, resi sicuri di rimanere al proprio posto, in base alla posizione raggiunta in esse, per le elezioni a venire e fino a quando restino ombra del capolista,  quasi quasi dell’elettore non se ne importeranno più di tanto. Oggi, queste riconsiderazioni, nel quadro dei comportamenti di molti politicanti parlamentari, a distanza di due anni, non solo confermano il dubbio, ma anche che andare a votare offre agli elettori la sola prospettiva di promuovere i possibili ri-riformatori di una sì iniqua legge,  se vi sono, altrimenti, votare serve ad avallare le scelte dei leader.

La governabilità? Se il principio deve sostenere un governo che opera a senso unico e tiene conto dei problemi dei cittadini solo quando vi sbatte il naso, tanto per parlarne e non per risolverli, beh, per me cittadino è anche meglio cambiare l’equipe governativa, ogni anno: almeno si applicherebbe il fondamentale principio educativo, purtroppo superato anche nella Scuola, per cui chi si mette in testa di candidarsi al servizio della Nazione, se non impara la lezione viene bocciato.

Tanto più comincia a farsi seria convinzione, quando si sente da alcuni portavoce accreditati:  ‘Il popolo ci ha eletti e abbiamo il dovere di governare!’

Per gli elettori, votare diventa quasi un “gioco” inutile, deludente e costoso, ma per chi crede ancora nella democrazia è tanto duro per quanto è banale, si ricostituisce un Parlamento, di cui pochissimi sono gli eletti perché votati, numericamente entro la decina; il primo di ogni lista che avrà ottenuto il quorum stabilito. Tutti gli altri, più o meno un migliaio, sono i pre-nominati  nella compilazione delle liste e quelli del  premio di maggioranza.

Poi ci sono i Senatori a vita, alla cui saggezza si tenta di dare sempre minore peso. C’è anche da dubitare che in futuro le liste saranno modificate in … corso d’opera! Una volta sancito, per decreto governativo, che tutte le formalità riguardanti la loro debita compilazione e presentazione soggiace all’interpretazione dell’interessato più forte. Qui, si attua il principio della fine della nostra democrazia, se ancora esiste. Vorrei sinceramente sbagliarmi.

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